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giovedì 14 febbraio 2013

Beauty dish – Diaframma e luminosità



Appena tornata da Milano e da Identità Golose, distrutta ma felice. Sentito tante parole interessanti, mangiato piatti sorprendenti, incontrato gente nuova e rivisto vecchie conoscenze. Due giorni di stacco totale e al ritorno una valanga di mail e messaggi da controllare. Tra queste una notifica che mi avvisa che Honest Cooking ha pubblicato l'ultimo articolo che avevo scritto per la rubrica di food photography, nel quale parlo dei diaframmi e della lumonisità degli obiettivi, con una particolare attenzione al mio preferito, il solito 50ino fisso. Il post lo trovate online a questo link. Se vi siete persi i precedenti articoli della rubrica potete sempre trovarli tutti qui oppure qui. Come al solito lo riporto di seguito.

"Come vi avevo annuciato l'ultima volta, in questo post parlerò dei diaframmi e della luminosità degli obiettivi. Vi avevo detto che il 50 fisso è il mio obiettivo preferito, quello che consiglio a chi vuole iniziare col food. Avevo giustificato la mia scelta per via della maggiore qualità e nitidezza propria degli obiettivi a focali fissa, per via delle sue dimensioni e peso ridotti, e per l'angolo di campo simile a quello dell'occhio umano. In realtà il motivo principale che me lo fa preferire agli altri, oltre a questi appena elencati, è la sua elevata luminosità e di conseguenza la poca profondità di campo che permette di avere. Un obiettivo è tanto più luminoso quanta più luce fa arrivare al sensore della macchina fotografica (o alla pellicola se parliamo di una macchina a rullino). La quantità di luce che entra in un obiettivo è determinata dal diaframma, una serie da lamine metalliche che, scorrendo una sull’altra in modo circolare, determinano una dimensione maggiore o minore dell'apertura attraverso la quale passa la luce. In pratica funziona come l'iride degli occhi, che dilatandosi o contraendosi modifica la dimensione della pupilla e permette l'ingresso di più o meno luce. Quando infatti c'è tanta luce la pupilla si restringe per non farci accecare quando invece è notte la pupilla è molto ampia per far entrare nell'occhio tutta la luce possibile e vedere quello che ci circonda. Per il diaframma è la stessa identica cosa, e se guardate dentro la lente dell'obiettivo potete vederlo con facilità, come nella foto qui sotto.


Il diaframma può essere regolato su diverse aperture, e gli obiettivi che hanno i diaframmi in grado di aprirsi maggiormente (e quindi di far entrare più luce) sono i 50 e i 35,  per questo sono obiettivi particolarmente luminosi e di conseguenza utilissimi in condizioni di luce scarsa. L'apertura del diaframma si misura in stop, indicati dalla lettera f seguita da un numero. Più il numero è piccolo più il diaframma è aperto, come potete vedere dal seguente disegno.


Si trovano comunemente in commercio obiettivi 50 e 35 che arrivano ad un'apertura massima di f1.8 oppure di f1.4 o anche f1.2. Ovviamente maggiore è l'apertura di diaframma che raggiungono maggiore è il loro costo. Negli obiettivi zoom troverete indicati due f diversi, che sono rispettivamente le aperture massime che quell'obiettivo può raggiungere alla sua minima e massima focale. Ad esempio se avete un obiettivo zoom 18-200 con indicato f3.5 – f6.3, significa che alla focale 18 il diaframma si potrà aprire fino a f3.5 mentre alla focale 200 al massimo si potrà aprire a f6.3. Trovare teleobiettivi luminosi è difficile, quelli comunemente in commercio sono purtroppo abbastanza scuri. Ne esistono di luminosi ma come al solito il prezzo non è molto accessibile. Quella sotto è una sequenza di foto che ho fatto al volo alle mele brutte ma buonissime che ho preso dal mio fruttivendolo preferito. Ogni scatto è identico nei valori e nelle impostazioni fatta eccezione per il diaframma. Sono partita da un'apertura di 1.8 e sono scesa fino ad 11, perchè andando oltre avrei ottenuto un'immagine completamente scura dato che mi trovavo in un interno e la luce non era fortissima. D'altro canto se fossi stata all'aperto e avessi avuto una giornata di sole pieno, mantenendo sempre inalterati i valori, avrei dovuto chiudere ancora molto il diaframma per avere una foto con una giusta luce e non completamente bianca.


Capite da soli che se fotografate usando la luce naturale, avere un obiettivo luminoso è di grandissimo aiuto. Se il cielo è nuvoloso, se piove, se è tardi e il sole è basso, se entra poca luce dalla finestra, con un diaframma molto aperto potete comunque scattare e avere una foto con una buona luce e non scura. Chi è all'inizio con la fotografia di food raramente compra subito luci artificiali, e chi lo fa per diletto personale magari neanche le comprerà mai, quindi aumentare la possibilità di scattare con la luce naturale diventa fondamentale. Inoltre la luce naturale a volte può dare una tonalità e un'intensità alla foto non facilmente ricreabile con le luci artificiali e, anche per chi come me possiede ed utilizza le luci flash esterne, poterla sfruttare al massimo è un'ottima opportunità. La foto di apertura del post è stata fatta proprio a luce naturale, ad un'ora tarda del pomeriggio e avendo una finestra come unica fonte di illuminazione."


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martedì 8 gennaio 2013

Beauty dish - gli obiettivi fotografici




Sono appena tornata dalle vacanze natalizie ma nel primo post per questo nuovo anno non vi parlerò di cosa ho fatto e mangiato durante le feste (quello lo farò dopo) ;) Vi riporto invece il terzo articolo che ho scritto per la rubrica di foodphotography di Honest Cooking, dedicato agli obiettivi fotografici. L'avevo scritto un paio di settimane fa ma si sa, durane le festività si preferisce fare altro che navigare in rete così dall'alto hanno deciso che sarebbe stato meglio pubblicarlo direttamente il 7 gennaio, perciò da ieri è online a questo link. Se vi siete persi i precedenti articoli della rubrica potete sempre trovarli tutti qui oppure qui. Questo è il post in questione, buona lettura:

"Il terzo post della rubrica è arrivato, amen! Non ero andata in vacanza ma ho avuto a che fare con una sfiga gigantesca che mi ha visto combattere con un computer a pezzi, i pezzi di quello nuovo arrivati danneggiati e un hard disk di archivio morto da recuperare. Tra monta, smonta, ordina, garanzie, spedizioni, copie lunghe giorni e cavi sparsi per tutta casa ho trascurato molto sia il mio blog che questa rubrica ed è passata una valanga di tempo senza che me ne rendessi realmente conto. Ora in realtà ci si è messo anche il forno a far capricci ma questa è un’altra storia e raccontarla comporterebbe una serie di imprecazioni che vi risparmio. Fatto sta che devo assolutamente farmi perdonare e lo farò con un post lunghetto e pieno di informazioni… ma è una tortura non un favore direte voi! Si è vero ma lo sapete che lo faccio con buone intenzioni (mi sto immaginando come la maestra cattiva che riempie gli alunni di compiti a casa). C’eravamo lasciati con la promessa di parlare dei vari tipi di obiettivi e di capire come cambia una foto a seconda di quale si decide di usare. Vi dico subito che in una fotografia, usare un buon obiettivo e saper scegliere quello giusto, fa molta ma molta più differenza che avere una macchina fotografica più o meno valida. Vi parlerò di distanze, gradi, focali e sigle ma cercherò di farlo nel mio solito modo verace e ruspante (e qui passo dal sentirmi una maestrina al sentirmi un pollo) usando i paroloni solo per il minimo indispensabile quindi non vi spaventate e preparatevi a memorizzare qualche numero e qualche lettera. So che potete farlo perchè già vi destreggiate in cucina con dosi, unità di misura, ed equivalenze.
Iniziamo dai due concetti base: la focale e l’angolo di campo. La focale è la distanza tra il centro ottico dell’obiettivo e il sensore (o la pellicola se parliamo di una macchina analogica) ed è misurata in millimetri. In parole povere (e un po’ blasfeme) equivale a una parte della lunghezza dell’obiettivo più quella piccola distanza che c’è tra l’attacco dell’obiettivo e il cuore della fotocamera. Quando ci si riferisce ad un obiettivo dicendo “è un 50″ oppure “è un 200″, sappiate che quel numero è proprio la focale. L’angolo di campo invece è la porzione di spazio che si riesce ad inquadrare e viene misurata in gradi. Per capirlo pensate ai vostri occhi: se li tenete fermi immobili, senza muovere la testa, ruiscirete a vedere solo quello che vi sta esattamente davanti e qualcosina (ma poco) ai lati. Quello è l’angolo di campo dell’occhio umano e corrisponde a circa 45°. Ad ogni focale corrisponde un diverso angolo di campo.

focali con i rispettivi angoli di campo

Se ad esempio osserviamo un panorama, la nostra testa si muoverà da sinistra a destra per poter vedere tutto, quindi avremmo bisogno di un obiettivo che copra un angolo di campo molto ampio, diciamo almeno il doppio di quello dell’occhio umano. Se invece ci interessa un singolo elemento di quel panorama, una casetta lontana all’orizzonte, allora avremmo bisogno di un obiettivo che inquadri solo quella piccolissima parte lontana, un obiettivo che copra una angolo di campo anche solo di 10°. Uno strumento che osserva un panorama con un angolo di campo maggiore di quello umano deve fare in modo che una porzione di spazio maggiore del normale sia contenuta in quella visibile dall’occhio quindi rimpicciolisce le immagini per farle stare nello spazio a disposizione. E’ per questo che guardando una foto panoramica gli oggetti vi sembreranno essere molto più piccoli del normale e quindi più lontani. Con uno strumento che usa un angolo di campo minore dell’occhio umano avremo l’effetto contrario, e gli oggetti verranno ingranditi per far sì che occupino tutto lo spazio disponibile. Risultano quindi essere anche più vicini. E questo è l’effetto cannocchiale per intenderci. Vi ho portato questi due esempi agli estremi per farvi capire meglio, anche se per il food non vi servirà mai dover inquadrare porzioni di spazio come queste.


Ho fatto questa serie di foto per cercare di farvi capire il concetto nel modo più semplice possibile. Sono messe in ordine partendo da un obiettivo a focale corta (che quindi copre un ampio angolo di campo) a uno a focale lunga (che inquadra una porzione piccolissima di spazio). Stessa posizione di scatto, stessa macchina fotografica, solo focali diverse. Mi trovo su un balcone e ho davanti a me un panorama. Con una focale di 10mm (prima foto) inquadro tutto, faccio capire a chi vede la foto che sono su un balcone e che sto guardando senza essere interessata a qualcosa in particolare. Con una focale di 20mm (seconda foto) inquadro meno spazio e già non si capisce più che mi trovavo su un balcone, avrei anche potuto essere affacciata da una finestra (meno spazio inquadrato quindi meno informazioni). Con una focale di 35mm (terza foto) inquadro un palazzo e quello che lo circonda, restringo l’attenzione a quell’edificio e non ci saranno più informazioni sul dove mi trovavo io al momento dello scatto. Con una focale di 50mm (quarta foto) ho ristetto ancora di più sul palazzo tralasciando quello che ha intorno, come se mi interessasse solo la sua forma. Con una focale di 100mm (quinta foto) ho isolato una parte del palazzo, come se fossi interessata a mostrare la sequenza delle finestre e delle scale. Con una focale di 200mm sono arrivata a far vedere bene la singola finestra illuminata e andando oltre avrei potuto fare il paparazzo e spiare direttamente dentro l’edificio. Con questo voglio farvi capire che avere un obiettivo a focale diversa, non solo serve ad inquadrare più o meno spazio, ma serve soprattutto a dare alla foto una capacità comunicativa diversa. In un caso come questo, semplicemente inquadrando più o meno spazio, possiamo far capire che siamo delle persone a cui piace guardare un paesaggio, piuttosto che delle persone a cui interessa la geometria architettonica, piuttosto che dei guardoni maniaci. Il tutto cambiando solo obiettivo ma puntando la macchina fotografica nella stessa direzione.

tipologie di obiettivi con i relativi angoli di campo

In base alla focale e all’angolo di campo gli obiettivi si dividono in 3 categorie:
- grandangolo: per inquadrature superiori ai 60° con lunghezza focale di massimo 35 mm. L’utilizzo di questo obiettivo provoca un po’ di distorsione dell’immagine e non è adatto per le foto di food.
- normale: per inquadrature simili all’angolo visivo dell’occhio umano, quindi tra i 40° e i 60°. La lunghezza focale è compresa tra 35 mm e 70 mm. Sono gli obiettivi migliori per fotografare il cibo, in particolar modo il 50.
- teleobiettivo: serve per fotografare qualcosa di lontano o qualcosa che si vuole isolare dal contesto in cui si trova. la lunghezza focale va dagli 80mm in poi e l’angolo di campo parte dai 30° per restringersi. Anche dei teleobiettivi medi possono andar bene per fotografare il cibo, purchè si abbia spazio e luce per poterli fotografare bene. I tele sono spesso poco luminosi ma della luminosità degli obiettivi parleremo meglio nel prossimo post.
Poi ci sono degli obiettivi speciali, come i fisheye che permettono di inquadrare ben 180° di spazio (non a caso si chiamano “occhio di pesce”) e i macro, che permettono di avvicinarsi molto al soggetto avendo una distanza di messa a fuoco veramente ridotta rispetto agli altri obiettivi. Per il food con un super tele non ci facciamo niente, quelli sono obiettivi utili ai fotografi naturalistici che vogliono immortalare un cervo a non so quante centinaia di metri di distanza, oppure ai fotografi di sport che per ovvi motivi non possono avvicinarsi agli sportivi in gara. Il fisheye anche non ci interessa mentre il macro può essere davvero meraviglioso per cogliere i più piccoli dettagli di un cibo e per far risaltare la consistenza di una preparazione. Vedete ad esempio come si percepisce bene la materia dei macarons nella prima foto e come si riesce ad isolare il dettaglio della parte interna di un’arancia.


Piccola deviazione fuori tema ma non troppo: se vi interessa il macro ma volete iniziare a provarlo spendendo poco, potete comprare dei filtri macro da applicare ad un obiettivo che già avete. Con i filtri le foto saranno meno precise e meno nitide ma daranno comunque ottime soddisfazioni, almeno all’inizio. Gli obiettivi possono ulteriormente essere divisi tra quelli a focale fissa e quelli a focale variabile detti zoom. Gli zoom sono quelli che di solito vengono venduti nei kit assieme al corpo macchina come i 18-55 o i 18-135. I due numeri sono appunto la focale minima e la massima che possono raggiungere. Sono comodi per adattarsi a varie situazioni e nei casi in cui non sappiamo di preciso con cosa avremo a che fare, ma di solito sono molto più scadenti. Gli obiettivi a focale fissa sono superiori per nitidezza e qualità dell’immagine e hanno il vantaggio che essendo fissi vi costringono a spostarvi per trovare la giusta inquadratura, il che è la chiave della riuscita di una foto… muovetevi! Cercate nuove angolazioni, nuovi punti di ripresa, piegate le ginocchia, sdraiatevi pure a terra se serve o arrampicatevi da qualche parte, insomma cercate di non rimanere impalati e fermi muovendo solo la ghiera dello zoom e l’inclinazione della testa. Le foto non vanno fatte tutte ad altezza faccia. Se il soggetto è basso non dovete inquadrare verso il basso per forza ma dovete chinarvi e provare ad inquadrarlo frontalmente. Gli obiettivi fissi vi rendono più intellegenti, innovativi e magri (ecco ho detto la cavolata della giornata) ;) Per il food poi sappiamo già benissimo in partenza cosa andremo a fotografare quindi lo zoom non ci serve. Mi raccomando fate attenzione a non fare l’errore più comune al mondo, cioè quello di dire “metto lo zoom” quando aumentate la focale. Lo zoom non è una focale maggiore, lo zoom è un obiettivo che ti permette di cambiare focale. Se dovete comprarvi un obiettivo per il food, per iniziare vi consiglio vivamente il 50 fisso. Costa poco ed è il miglior amico che possiate mai avere, leggero, pratico e luminoso. E’ un grande classico, e con lui sono state fatte la maggior parte delle più belle foto di sempre dai più famosi fotografi (anche perchè gli zoom sono una recente invezione in realtà). Io lo uso nell’80% dei casi e una volta che vi siete scrollati di dosso la pigrizia data dagli zoom, lo adorerete anche voi. Poi con un 50 luminoso potete sfruttare anche la poca profondità di campo che, personalmente, trovo stupenda applicata al food (ma anche di questo parlerò meglio nel prossimo post che dedicherò alla luminosità degli obiettivi e ai diaframmi).

obiettivi 50 Nikon e Canon

Un’altra cosa poi basta, giuro! C’è un’ultima constatazione da fare. Considerando le reflex, ci sono due tipologie di macchine a seconda del tipo di sensore che hanno: le full frame e le APS-C. Le full frame sono di livello più professionale e quindi anche più costose. Le APS hanno un sensore più piccolo quindi a parità di obiettivo si riduce anche la focale. Mi spiego meglio. Quello che per chi possiede una full-frame è una focale 50mm, per chi ha una APS diventa una focale 35mm. Quindi se volete avere un obiettivo che abbia l’angolo di campo dell’occhio umano e possedete una APS, compratevi un obiettivo 35, non un 50. Se volete un tele 100, compratevi un 75 o un 80. E’ facile dai ;) Per tutti i chiarimenti scrivetemi qui sotto e vi risponderò con piacere come al solito. Questo post può risultare un po’ ostico con tutte queste informazioni ma erano cose che andavano spiegate assolutamente quindi se siete un po’ in crisi non fatevi problemi a chiedere.
Buoni scatti a tutti!"

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sabato 15 dicembre 2012

"Idee in tavola" di Natale è in edicola, con due pagine dedicate al mio blog




Ieri è uscito in edicola Idee in Tavola dedicato al Natale. Come vi avevo già detto qui tempo fa, collaboro con loro per ogni numero, ovviamente con ricette e fotografie. 


In questo però sono più presente del solito perchè, oltre alle ricette sparse qua e là, ci sono quattro pagine nelle quali do consigli mangerecci per la giornata di Natale, e anche due pagine di intervista nelle quali rispondo alle domande che la redazione ha voluto farmi in merito al mio lavoro e a questo blog (se volete leggere l'intervista cliccate sulla foto qui sotto).



Questo numero è più grande del solito, arricchito da diversi menù natalizi, da uno speciale su funghi e e tartufi e da uno sulle castagne. Le foto che vedete sono di alcune delle pagine che mi riguardano.


Non mi resta che augurarvi buona lettura!




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martedì 4 dicembre 2012

Cappelletti in brodo di cappone per Donne sul web




Allora allora... la tempesta sembra arrivata quasi a conclusione, il che significa che i file non backuppati del mio hd sono stati recuperati tutti proprio ieri sera da una persona che non è il solito grafico che gira per casa (con sua grande rosicata dovuta ad un elevato stadio di nerdaggine). Persona che ringrazio infinitamente perchè mi ha salvato ampiamente il lato B e mi ha risparmiato giorni di lavoro per risviluppare daccapo tutti i raw (che invece il grafico era riuscito a riprendermi) di cui avevo perso gli xmp e i jpg lavorati (lo so lo so parlo arabo ma chi può capire capisce e chi non può si fa bastare la questione del lato b). Ora non rimane che aspettare che mi arrivi la benedetta scheda video per il nuovo computer e potrò ripartire a fare tutto quello che facevo prima, meglio di prima, compreso pubblicare qualche nuova foto in questo blog ultimamente lasciato un po' a se stesso. Intanto vi comunico che da oggi potete trovate nel sito di "Donne sul web" uno speciale dedicato alle paste regionali, preparato da 20 signorine del gruppo Gente del Fud. Ci ho messo lo zampino anch'io dato che mi hanno chiesto di rappresentare le Marche con una pasta tradizionale. Ovviamente essendo periodo pre-natalizio, contribuire con la ricetta dei cappelletti in brodo di cappone  era assolutamente doveroso. La trovate a questo link accompagnata da una piccola intro che spiega il perchè della mia scelta. Guardatevi tutte le paste che sono state scelte per ogni regione e... buon giro d'Italia! ;)


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giovedì 22 novembre 2012

About food - autunno inverno 2012




Ieri è uscito il nuovo numero di About Food, unificato autunno-inverno, quindi sia con ricette autunnali che con qualche idea per il Natale. Sfogliandolo troverete conserve, dolci alle mele, gratin, muffin per le feste e una sezione natalizia. Le due meravigliose fanciulle della redazione hanno voluto inserire uno dei miei dolcetti nello speciale per il Natale: la millefoglie monoporzione alla crema chantilly e frutti di bosco che trovate a pagina 78 e a pagina 79Potete vedere il magazine qui, scaricarlo in versione pdf qui, oppure sfogliarlo direttamente qui sotto.  Mi raccomando leggetelo avvolte da una coperta di lana, con una tazza di tè fumante tra le mani e preferibilmente mentre fuori piove (o nevica se ne avete la fortuna). Buona lettura!


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sabato 6 ottobre 2012

Beauty Dish - La scelta della fotocamera




L'altro ieri è uscito il secondo articolo della rubrica di food photography che tengo su Honest Cooking. Lo trovate a questo link e lo riporto anche di seguito. Se vi siete persi il primo invece potete leggerlo sia qui che qui. Spero vi sia utile. Se avete qualche domanda siete i benvenuti!

"Eccoci con il secondo post della rubrica, il primo in realtà visto che nel precedente mi sono più che altro presentata. Da quando ho aperto il blog ogni tanto mi arrivano mail e messaggi di lettori che mi chiedono consigli vari: da come scegliere gli elementi da inserire nell’inquadratura, a come postprodurre una foto di food, a come gestire la luce naturale, a come scattare con poca luce ma quello che mi domandano maggiormente è: qual’è la macchina fotografica migliore per il food, quali gli obiettivi più adatti, di quale marca? E allora, dato che dobbiamo iniziare dalle basi, cosa c’è di più basilare che comprarsi una macchina fotografica per iniziare? Ora scommetto che vi aspettate nomi e modelli e che magari state già prendendo carta e penna per segnarveli. Beh, scordatevelo! Non vi dirò la solita frase “la foto la fate voi e non la macchina” perchè, anche se questo è vero, è pur vero che con alcune fotocamere e con alcuni obiettivi si possono fare cose che non sareste in grado di fare con altre qualitativamente minori. Il punto è che per capire, nella pratica, quanto l’avere una macchina fotografica di qualità superiore possa migliorarvi una foto, dovrete scattare di continuo, tutti i giorni, provando la macchina che già possedete in situazioni diverse. Farlo fino a quando non sarete voi stessi a sentire che quella che avete sotto le mani non vi basta più, per dei motivi diversi a seconda delle esigenze di ognuno. Quando sarà il momento adatto per cambiare macchina, questi motivi usciranno fuori e ve accorgerete da soli. Quindi, se state all’inizio, non sprecate soldi a prendervi la più costosa e performante che offre il mercato, perchè non saprete come sfruttare tutte le qualità che ha e, per quando le avrete imparate, ne sarà già uscita un’altra migliore e avrete buttato via del denaro. Qualunque sia la vostra macchina, da qui in avanti vi obbligo ad impostare la modalità M (manuale) fissa, perchè è l’unico modo per imparare. Se volete far fare tutto o metà del lavoro alla macchina significa che in realtà non vi interessa più di tanto e che vi accontentate. Non pensate che la modalità automatico sia la soluzione ai momenti difficili. E’ esattamente il contrario. Più la situazione è difficile (luce bassa, forti contrasti, ecc) più l’automatico va in crisi. E’ buono solo nelle situazioni standard e perfette già di loro, come una bella giornata di sole all’aperto. Per il resto avrete risultati scarsi o al massimo accetabili. Ogni impostazione serve ad uno specifico elemento e per ottenere esattamente quello che volete avete bisogno di sapere che risultato si ottiene modificandole ognuna singolarmente. Quando riuscirete a controllarle tutte e farle lavorare assieme nel modo giusto, avrete la foto che cercate. C’è solo una cosa che dovete tenere sempre in automatico ed è la messa a fuoco. Nelle macchine digitali, a differenza delle analogiche, non c’è un modo per vedere se siamo precisi quando mettiamo a fuoco manualmente quindi evitatelo come la morte. Solo in rare occasioni o per fare foto macro molto spinte dovrete ricorrere al fuoco manuale e vi assicuro che in quel caso, se nn avete un cavalletto o un soggetto fisso, vi darà parecchie noie. Se possedete già una compatta che abbia la possibiltà di scattare in manuale, può anche andare bene per iniziare (ma cercate appena potete di cambiarla con una reflex perchè la differenza è davvero sostanziale). Se invece dovete acquistarne una partite dalle reflex. Quelle base costano tanto quanto, e a volte anche meno, delle compatte che magari hanno lo schermo mobile, o la cover con colori fashion, o altre cavolate inutili. Solo quando conoscerete la vostra macchina come le vostre tasche, quando ne avrete usato e compreso ogni funzione, quando avrete il pieno controllo di quell’oggetto, potrete dire di volerla cambiare e passare di livello. Non ha senso farlo prima. Altro consiglio: se state all’inizio non compratevi tutta l’attrezzatura completa di luci esterne, tavoli da still life, ecc. La fotografia è un gioco costoso ed è cosa buona e giusta imparare prima a gestire la luce naturale o la luce ambiente che si ha a disposizione, poi più avanti provare a crearla con luci artificiali. Tanto più che per le foto di food abbiamo la fortuna di aver a che fare con soggetti molto piccoli per cui basta davvero poco spazio e anche solo un paio di pezzi di polistirolo bianco da imballaggio per gestire la luce naturale a nostro piacimento. Riguardo al solito dilemma Canon vs Nikon (che poi esistono anche altre marche, ma queste due per le reflex sono le migliori) in realtà per quanto i canonisti possano difendere il loro credo e altrettanto fare i nikonisti, non sono una migliore dell’altra (a volte vorrei avere per le mani un fissato Canon e un drogato Nikon e farli prendere a capocciate tra di loro, così per divertimento). Le due marche sono solo diverse e per sapere con quale vi trovate meglio, dovete provarle. La cosa che noterete subito all’inizio è la differenza della posizione dei comandi e dell’ergonomia. Quindi andate in un negozio, chiedete di tenerle in mano e provatele un po’, e se alla fine non saprete decidervi… prendete quella con l’offerta! Non sto scherzando. Valutate quella che, a parità di livello, costa meno. Io ho iniziato così, e ora, trovandomi bene con quella marca ed essendomi abituata a quella tipologia di comandi, quando cambio macchina rimango fedele al marchio. Un’ultimo consiglio/ordine: attaccate l’occhio al mirino e smettetela di fare i rabdomanti con le braccia allungate davanti a voi verso l’infinito, dimenticatevi del live view. Quella che vedete nello schermo è un’immagine già elaborata dalla macchina e quello schermetto ha una taratura, dei colori e una luminosità che non è detto siano quelli precisi che avrà poi la vostra foto. Il mirino è fedele e da lì potete anche vedere l’esposizione e correggerla al volo senza staccare la macchina dall’occhio mantenendo l’inquadratura.
Per adesso basta così. Nel prossimo post vi farò vedere come cambia una foto a seconda del tipo di obiettivo usato e quali sono quelli più utili per il food, così potrete capire quale preferite e valutare meglio quale acquistare."


P.S.: quella nella foto è una Kodak junior 620, una macchina stupenda del 1933.



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venerdì 5 ottobre 2012

Torta miele e fichi con cupcake


Ultima chiamata per i fichi, uno dei frutti da cui sono più dipendente. Nel giro di qualche giorno non si troveranno più ma mi consolerò velocemente con cachi e melagrane! Questa torta con realtivi cupcakes li preparai un paio di mesi fa con i primi fichi, per il compleanno di un'amica. I piccolini non erano previsti ma mi era avanzato dell'impasto così ho preso dei pirottini e via, infornati pure quelli.


Avevo già preparato una torta l'anno scorso sempre con miele e fichi ma era tutta un'altra cosa: una specie  di semifreddo da tenere in frigo con dacquoise alle mandorle dentro, dalla preparazione abbastanza lunga e complessa. Questa invece è una torta calda e cotta, facile e veloce da preparare, ripiena di marmellata ai fichi (quella buona, vellutata, dolce, con pochi semini, fatta in casa insomma). Vi lascio la ricetta qui sotto ma la trovate anche nel sito di "Ricette per Cucinare" a questo link.



Dosi per : 6-8 persone      Difficoltà : facile    Tempo : 15 min di preparazione + 45 min di cottura
Ingredienti :
  • 4 uova
  • 250 gr di miele
  • 150 ml di olio di semi di arachidi
  • 1 bicchiere di latte (190 gr)
  • 350 gr di farina
  • 1 bustina di lievito
  • 250 gr di marmellata di fichi
  • 4-5 fichi morbici e maturi
Procedimento : 
Mescolate con le fruste le uova col miele per 5 minuti, fino a farle raddoppiare di volume ed ottenere un composto spumoso. Aggiungete l'olio a filo continuando a mescolare ed in seguito versate il latte. Unite un po' alla volta la farina setacciata e il lievito. Foderate con la carta da forno uno stampo di 20-22 cm di diametro. Versate l'impasto nello stampo e infornate a 180° per 45 minuti. A fine cottura lasciate raffreddare bene. Tagliate la torta a metà. Spalmate la marmellata nella metà inferiore premendo con la spatola per farla assorbire assorbire un po'. Poi spalmatene ancora. Coprite con la metà superiore e togliete una parte della calotta con il coltello. Riempite il vuoto creato con la polpa di 2 o 3 fichi. Tagliate a metà i due fichi restanti e usateli per decorare.
Per i cupcakes versate l'impasto nei pirottini, poi sfornate e lasciate raffreddare (impiegheranno meno tempo della torta a cuocersi). Con un coltello scavateli e versate dentro la marmellata di fichi. Chiudete il foro con mezzo fico.





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lunedì 1 ottobre 2012

Taste of Roma - il resoconto finale




Allora allora... è da un po' che non ci si vedeva da queste parti eh? E che sembra si siano messi d'accordo in tutta Italia per fare una marea di eventi contemporaneamente nel mese di settembre. Ai due più lontani (Piacenza e San Vito lo Capo) ho dovuto rinunciare altrimenti mi suicidavo. Tra tutti questi il più annunciato, visitato, discusso ed acclamato è stato sicuramente il Taste of Roma di cui vi avevo dato alcune anticipazioni illo tempore. Ne ho fatto un resoconto con considerazioni varie per Honest Cooking, il sito con cui collaboro anche per la rubrica di food photography (pronti che sto scrivendo il secondo post!). Lo trovate a questo link e tra i commenti abbiamo anche avuto il piacere di un intervento proprio del responsabile organizzativo del Taste (se vi interessa la questione potete leggere e aggiungere la vostra opinione alla discussione). Riporto l'articolo anche qui, con alcune foto in più e qualche integrazione.

Il Taste of Roma è finito, sono stata presente a tutte e tre le giornate e adesso cerco di tirare le somme. Un evento annunciato da mesi, con i migliori chef della capitale che propongono alcune delle loro creazioni in versione assaggio. L’intento dichiarato era quello di dare la possibilità ai comuni mortali (che non si possono permettere di cenare nei super ristoranti) di provare tutti assieme i vari piatti. 12 chef con 3 proposte a testa dai 4 ai 6 euro l’una. Oltre a questo ci sono i produttori, non molti come pensavo, ma quasi tutti veramente eccellenti. Poi ci sono gli sponsor, alcuni azzeccati altri decisamente no (Algida, Ricola?!). Infine c’è l’organizzazione, con un bella location nei giardini dell’Auditorium ma con un biglietto d’ingresso che ha fatto discutere molti. Inizio con ordine, che già mi sembra di aver messo parecchia carne sul fuoco.


Ogni giornata è divisa in due, ora di pranzo e ora di cena all’incirca. Se si vuole stare sia la mattina che la sera, l’ingresso (16 euro) si paga due volte. Io sono andata sempre di mattina per tutti e 3 giorni e fortunatamente avevo l’accredito stampa altrimenti sarebbero stati già 48 euro solo per entrare. Per mangiare si prende una sorta di carta di credito ricaricabile da utilizzare direttamente negli stand dei ristoranti. Nel programma c’è il menù completo per scegliere da dove inziare e cosa provare. Avrei voluto provare tutto ma avrei rischiato la bancarotta se avessi dato retta alla mia curiosità. Vi mostro alcune delle cose che mi sono rimaste nel cuore e nella pancia.



Lo chef più giovane, il 27enne Luciano Monosilio del “Pipero al Rex”, ci ha deliziato lo spirito con una creazione ironica e un tantino blasfema (ci piace!): ostia sconsacrata con burro e alici cantabrico. Dopodichè ha pensato ad una sorta di calippo alla piña colada alquato divertente. Ci sono state scene con il signor Pipero vestito da sacerdote in stile l’Esorcista che girava per gli stand (premio simpatia aggiudicato).


Da Riccardo di Giacinto del ristorante “All’oro” ho provato due piatti da innamoramento totale: il tiramisù di baccalà e patate con lardo di cinta senese, e i raviolini di mascarpone con ragout di anatra e riduzione di vino rosso. A quel “tiramisù” farei un altarino votivo, non aggiungo altro.


La Bowerman di “Glass Hostaria”, una delle due donne chef dell’evento (sempre poche!) ha fatto il botto. Nel senso che ognuno dei 3 piatti che ha proposto mi ha entusiasmato. Il fico settembrino con pancia di maiale, ricotta di bufala, saba e pepe verde era una combinazione perfetta di sapori e consistenze diverse mentre il carpaccio di manzo al tè Seuchong e miele di Elva con anguria compressa e affumicata, frutti rossi e balsamico tradizionale invecchiato (un nome più lungo prego) era il piatto perfetto per i 30 gradi al sole che ci siamo beccati sotto gli stand all’aperto. Un sapore freschissimo, fruttato e un po’ asprigno.



Roy Caceres di “Metamorfosi” ha proposto un risotto. Avete idea di quanto io adori i risotti? In questo modo già partiva avvantaggiato, ma dopo aver provato il suo riso rosso cremoso con fassona, blu del Monviso, erbe e pistacchio si può dire che stavo per leccare il piatto. Io non amo particolarmente il crudo ma la tartarre proposta in questo modo vince.


Agata Parisella di “Agata e Romeo” è l’altra signora del Taste. Due donne così diverse tra loro non potevano trovarle. La Bowerman in total black (tolta la divisa da cuoco ovviamente), look moderno e viso spigoloso, una cucina che stupisce, abbinamenti impensati, nomi dei piatti lunghi ed elaborati. Agata invece sempre in bianco, viso tondo e sorridente, cucina tradizionale e rassicurante, piatti in apparenza semplici e dai nomi inequivocabili come “la caprese”. E appunto questa caprese era veramente da mettersi a urlare per quanto era buona. La presentazione originale con una sorta di gelatina di pomodoro come base, crema di stracciata di bufala, e sopra pesto senz’aglio e olio (quello che produce il marito Romeo).


Il giapponese Kotaro Noda del “Magnolia” ha proposto una tartarre di manzo con maionese affumicata e mostarda, e un dessert molto dolce chiamato giardino zen. A certi livelli non mi permetto nemmeno più di ripetere che non vado pazza per la tartarre, perchè questa invece meritava davvero. Sono stata meno soddisfatta dal dolce, un ganache al pan pepato con crema di riso e gelato alla birra Dunkel, con aggiunta di petali di fiori che ho trovato un po’ confusionario nei sapori.


Andrea Fusco di “Giuda Ballerino” mi ha convinto con il suo spiedino di gambero in pasta fillo su spuma di mortadella (la mortadella in questa forma è deliziosa) e con i tortelli di ricotta e funghi con guancia al cesanese e clorofilla di rucola, un piatto con un sughetto che profumava d’autunno.


La cosa bella è stato poter constatare la grande simpatia e disponibilità di quasi tutti gli chef, sempre presenti dietro ai banconi dei loro stand per rispondere a domande sui piatti e ad inquisitorie varie. Non capita tutti i giorni di poter provare un piatto e dopo mezzo secondo poter chiedere quel che si vuole a chi lo ha inventato.


Pochi ma belli i punti ristoro (prima foto), con tavolini e sedie colorate sotto l’ombra degli alberi, e con la vista delle sale per i concerti dell’auditorium. Peccato che, se si voleva provare molti piatti, vedere i produttori e magari seguire qualche showcooking, il tutto rientrando nelle 4 ore della mezza giornata valida per il biglietto d’ingresso, non si aveva molto tempo per riposarsi seduti. Io ad esempio ho corso quasi sempre come una trottola.


Se le 12 cucine erano il posto nel quale gli chef passavano gran parte del tempo, nel restante stavano negli stand degli sponsor convocati per le interviste. L’intervista doppia di Dissapore alla Bowerman e ad Anthony Genovese ha lasciato un po’ il tempo che ha trovava, nel senso che io, personalmente, non trovo interessanti domande che sfruttano impropriamente la parola “preferito”: qual è il tuo piatto preferito, l’ingrediente preferito, lo chef preferito, il sapore preferito, l’ultima cosa che hai mangiato, la prima che mangiato, la prima che hai cucinato, l’ultima che hai cucinato, e così via con simili inutilità. Decisamente più interessanti e stimolanti le simpatiche interviste di Gianluca Biscalchin per S.Pellegrino durante le quali cercava anche di creare una sorta di illustrazione identificativa dello chef intervistato.


Da queste chiacchierate è uscito fuori che Noda, da buon giapponese, di notte prende e si fa l’amatriciana, che in cucina cerca di accostare i prodotti senza coprire i rispettivi sapori magari proponendo piatti più essenziali, e che pensa che il punto d’unione fondamentale tra cucina italiana e giapponese sia proprio la ricerca e il rispetto di prodotti d’eccellenza, senza fare grandi intrugli o accostamenti esagerati. Agata invece ha tenuto a precisare l’importanza che ha nella sua cucina l’olio prodotto dal marito e il fatto che quando un olio è buono ne basta meno della metà di un’altro più scarso per dar il giusto sapore ai piatti. Ha raccontato la storia del suo ristorante, un hostaria del ’700, acquisita dai genitori che preparavano ricette tradizionali romanesche diverse a seconda dei giorni (giovedì gnocchi!). Ci ha confessato che il suo massimo piacere è andare ogni mattina al mercato di Testaccio e scegliere le verdure, vendendo già tutto come se fosse cucinato e preparato, senza scartare nulla e rimpiangendo l’impossibilità di usare alcune interiora come si faceva fino a 30 anni fa. Spera che i giovani italiani non dimentichino le tradizioni culinarie del nostro paese in favore di nuove mode americane o esotiche, augurandosi che queste culture servano invece per dare idee al fine di arricchire le preparazioni nostrane senza sostituirle. Ed infine Roy Caceres, innamorato della tartarre di fassona con menta ed erbe aromatiche perchè lo riporta al crudo che mangiava da piccolo in Colombia. Grande fan dell’uovo, simbolo della vita, che ha sperimentato con cotture a temperature e tempi diversi fino ad arrivare alla perfezione con l’uovo a 40 min a 65°. Però se deve mangiare e non cucinare si butta sulla lasagna perchè in un periodo di crisi come questo, la tradizione rassicura e consola, anche se l’innovazione non deve essere mai tralasciata del tutto. La tradizione è l’innovazione passata.


E ora passiamo ai produttori. Girare tra gli stand cuiosando e assaggiando qua è la è divertente tanto quanto provare i piatti degli chef. Da segnalare il negozio “Tè e teiere”, gestito da Alessandra Celi che sceglie e seleziona con cura circa 140 diversi tipi di tè tra bianchi, verdi, gialli, neri, wulong, pu er, infusi senza teina e rooibos. E vende anche biscotti inglesi, marmellate scozzesi miscele create da lei, teiere e tazzine da quelle giapponesi, alle inglesi, alle arabe e tanti altri accessori che girano attorno al mondo del tè. Alessandra e il pasticcere De Bellis hanno anche tenuto una breve lezione sull’uso del tè in cucina e quello che ne è uscito è stato un bignè favoloso ripieno di crema al matcha, con composta di frutto della passione e foglie di tai ping hou jui cristallizzate.


Sono rimasta incantata anche dal banchetto di Emporio delle Spezie grazie al quale ho scoperto spezie profumatissime che nemmeno conoscevo e ho capito di poter esser facilmente corrotta con una bustina di lamponi essiccati. E poi lo stand di Kopper Cress, coltivatore olandese di erbette, fiori e germogli edibili con i quali creare sia sapori che decorazioni eleganti (e chi lo sapeva che il fiore di pianta carnivora poteva essere usato come un bicchiere?). Bellissime anche le tovagliette di Tablecloths disegnate da Biscalchin, con illustrazioni che rimandano a Roma e Milano e tutti gli altri accessori in stoffa per la cucina in stile anni ’50 disegnati per “La Cucina Italiana”. 


Da ricordare anche la pasta di Pastificio Secondi (viva i ravioli ripieni cucinati al momento e regalati ai passanti), le mozzarelle di bufala di Gennaro Garofalo provate anche con l’insolito accostamento di salsa alla menta e mojito (super rinfrescante!) e il caffè di S.Eustacchio.


Ci sono stati anche degli show cooking. Io ho assistito a quello di Roberto del Duce dell'Officina gastronomica alle Tamerici durante il quale ha preparato sia gli spaghetti con salame di ostriche grattugiato, che gli spaghetti con crema di uovo, alici e pepe.


Le seguenti foto invece sono della lezione di cucina con il tè di cui vi parlavo prima.



In conclusione gli chef, i piatti proposti e i produttori sono stati eccezionali. L’organizzazione invece aveva molti punti negativi, primo fra tutti la voglia di far passare ancora l’idea che l’alta cucina dev’essere un lusso elitario per il quale è giustificato pagare un alto biglietto d’ingresso che non comprende nessuna consumazione. L’ingresso libero è stato richiesto da molti in varie occasioni ma la risposta in conferenza stampa è stata: “questa è una manifestazione che si autosupporta”. E allora, mi chiedo, perchè la presenza di grandi sponsor che poco hanno a che fare con la cucina di qualità? Perchè prendere il 40% sul prezzo dei piatti degli chef? Perchè far pagare cifre molto alte agli espositori per poter partecipare? Continuo a pensare che l’alta cucina almeno in queste occasioni, dovrebbe essere resa accessibile a tutti. E’ stato un evento più utile per i protagonisti (ristoranti che fanno accordi con i produttori per le forniture) che per i visitatori.



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giovedì 6 settembre 2012

Beauty dish - una nuova rubrica di food photography


E' con grandissimo piacere che vi annuncio la nascita di una nuova rubrica a tema food photography nel bellissimo sito "Honest Cooking". E ancora con più piacere vi dico che sarà curata dalla sottoscritta! Pubblicherò consigli e approfondimenti su questo tipo di fotografia che oltreoceano iniziano a chiamare "food porn", per la sua capacità di presentare il cibo in modo fortemente desiderabile e per la caratteristica di far venire l'acquolina in bocca pur non contando su sensi come il gusto e l'olfatto. Nel primo articolo intoduttivo ho pensato fosse giusto innanzitutto presentarmi, ma qui penso sia più adeguato presentare (per chi ancora non lo conoscesse) il sito che mi ospiterà. Honestcooking.it è nato da poco mentre la sua versione internazionale è ormai un must per gli internauti appassionati di enogastronomia mondiale (quest'anno sono stati i vincitori del "Saveur Best Group Blog Awards"). Collaborano al sito in inglese oltre 200 dei più interessanti scrittori di food & beverage, bloggers, fotografi e chefs, e anche il sito italiano si sta organizzando a dovere. Ci sono tantissime ricette, interviste, reportage di viaggi culinari, recensioni di locali mangerecci e rubriche varie tra cui quelle dedicate al cibo inglese, alla cucina americana, alla birra, al km zero e al web social food... e poi c'è questa neonata rubrica fotografica di cui mi occuperò. Trovate il primo post a questo link ma vi copio il testo anche di seguito. Vi invito a seguire, commentare, criticare e chiedere quello che volete. Riporterò sempre tutti gli articoli anche qui nel blog quindi... stay tuned!

"Una rubrica sulla food photography, una serie di consigli pratici affinchè possiate fotograficamente rendere onore ai piatti che preparate, un modo per imparare ad utilizzare meglio la vostra reflex (smartphone astenersi), un’occasione per capire cosa è bello per l’occhio e provare a ricrearlo. Questo è quello che, a partire dal prossimo post, occuperà il presente spazio dal nome “Beauty dish”. Il titolo della rubrica non è solo quel che si legge. Letteralmente potrebbe essere tradotto con “la bellezza del piatto” ma in realtà il beauty dish è un riflettore molto usato nei ritratti fotografici per diffondere la luce. Il giochino di parole è stato un’idea del direttore editoriale che ho accettato con divertimento (non sono affatto brava con i titoli e mi lascio consigliare). Mi piacerebbe molto se ogni futuro post fosse accompagnato da commenti e domande, in modo da poter interagire con voi e provare anche a chiarire qualche vostro dubbio. Qualcuno magari mi conosce già e segue il mio blog, ma sicuramente molti altri non hanno la minima idea di chi io sia quindi la prima cosa da fare è innanzitutto presentarmi. Mi chiamo Agnese, vivo a Roma da 9 anni e le mie origini marchigiane si divertono spesso a venir fuori nei momenti meno opportuni sottoforma di singolari non azzeccati. Mi guadagno il pane (e una svariata serie di dolci) facendo fotografie ai suddetti cibi senza disdegnare vino, birra o altri alcolici sia a livello fotografico che di consumo personale. Ogni tanto faccio lavori anche unicamente di postproduzione digitale. Non amo fotografare cose prodotte senza sani principi e credo che alimenti realizzati in modo naturale ed etico risultino più belli anche in foto. Cerco la semplicità, la coerenza cromatica, la precisione, lo sfocato e la morbidezza della luce. Mi attirano i bianchi, i rossi e le tonalità del legno. La cucina per me ha l’ulteriore valore di assecondare la necessità di scattare, di creare qualcosa che, oltre che buono, sia bello in sè. Nel mio blog “L’amaranto e il melograno” pubblico quello che preparo e fotografo e a volte mi diverto anche a scrivere di viaggi, degustazioni, eventi ed esperienze varie. Quelli tra le righe sono alcuni scatti che mi sembrava giusto mostrare per farvi vedere come lavoro. Credo di essermi presentata a sufficienza, ma se volete sapere altro su di me prima di iniziare la rubrica vera e propria, fatevi un giro sul mio blog o chiedete quel che volete nei commenti qui sotto. Vi risponderò con piacere! Spero che l’idea vi piaccia e soprattutto possa esservi utile."

P.S: i frutti nella foto sono nashi


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martedì 17 luglio 2012

Idee in tavola è in edicola... e ci sono anch'io


Da qualche giorno è in edicola il primo numero di Idee in Tavola, una nuova rivista di cucina che uscirà a cadenza mensile. Per la maggior parte è composta da ricette ed è proprio di alcune di queste che mi sono occupata io, ovviamene assieme alle rispettive fotografie. Le altre invece sono di Elisa, e sono contentissima di collaborare con lei scambiandoci pareri sul lavoro.


Nel magazine trovate anche rubriche varie tra le quali una di Daniela (sul come dimagrire naturalmente senza bisogno di fare diete) e una di Stefano (sulla carne e sui tagli da scegliere). In questo momento sto già sistemando il materiale per il numero di Agosto e Settembre. 


Buona lettura!

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