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martedì 16 aprile 2013

Le parole del formaggio


 

Sabato ho avuto modo di partecipare alla presentazione di un libro sui formaggi, ma non un libro sulla classificazione dei vari tipi di formaggi come ne esistono molti, bensì una sorta di glossario per appassionati con tutte le parole che servono per descriverlo, che fanno parte della sua storia e dei suoi metodi di produzione, ma anche parole legate alla sua degustazione.


Io sono una grandissima mangiatrice di formaggi, li adoro e so riconoscere a gusto quali ritengo validi e quali no ma spesso (come succede a chi non è esperto) non so spiegare a parole il sapore e non so dire il perchè mi piacciano o meno. Questo libro sicuramente da una mano in questo senso, anche a riconoscere i difetti dei formaggi, a capirli non solo dal gusto ma anche dall'osservazione e dal profumo, riconoscere i mesi di stagionatura e così via.

 

Il libro in questione si chiama appunto "Le parole del formaggio" ed è stato scritto da Bruno Pistoni, noto selezionatore di formaggi, e da sua figlia Emanuela Pistoni, che ha la stessa passione del padre per i formaggi e per il vino. Dentro vi si trovano più di 600 termini che ruotano attorno al mondo del formaggio, alle sue tradizioni, ai suoi profumi e ai suoi sapori.


La presentazione ha avuto luogo all'interno di Bancovino, un piccolo locale delizioso in zona Prati a Roma che non conoscevo. Emanuela Pistoni non a caso è anche la maître fromager di questa piccola "enoteca-cucina". Qui ho notato con piacere che si possono trovare in vendita, disposti a tutta altezza sugli scaffali neri delle pareti, alcuni prodotti selezionati e di qualità che già conoscevo e che trovo davvero ottimi. Fa sempre piacere vedere che ci sono molti posti a Roma in grado di scegliere e proporre al cliente prodotti veramente validi.


Bruno ci ha parlato del libro in modo molto entusiasta ed appassionato, ci ha fornito molti aneddoti, informazioni e qualche chiarimento, come il fatto che quello che i più considerano un difetto di alcuni formaggi stagionati, in realtà è un pregio: i puntini bianchi più compatti che spesso si vedono nel parmigiano ad esempio, sono solo un buon segno! Quando li vedete non li evitate ma fate il contrario :)






















Dopo la presentazione abbiamo degustato alcuni formaggi scelti da Emanuela accompagnati da un calice di Rosa Merlot 2011 di Cantine Lupo. Il tagliere per l'assaggio era composto da:
- ricotta di bufala casertana
- robiola vaccina spalmabile
- brie
- salva di grotta
- comtè
- blu del moncenisio
- crostino di polenta cacio e pepe
Devo dire che ho apprezzato moltissimo tutti i formaggi proposti... magari più avanti quando avrò letto tutto il libro saprò spiegarvi con precisione il perchè ;)

























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martedì 8 gennaio 2013

Beauty dish - gli obiettivi fotografici




Sono appena tornata dalle vacanze natalizie ma nel primo post per questo nuovo anno non vi parlerò di cosa ho fatto e mangiato durante le feste (quello lo farò dopo) ;) Vi riporto invece il terzo articolo che ho scritto per la rubrica di foodphotography di Honest Cooking, dedicato agli obiettivi fotografici. L'avevo scritto un paio di settimane fa ma si sa, durane le festività si preferisce fare altro che navigare in rete così dall'alto hanno deciso che sarebbe stato meglio pubblicarlo direttamente il 7 gennaio, perciò da ieri è online a questo link. Se vi siete persi i precedenti articoli della rubrica potete sempre trovarli tutti qui oppure qui. Questo è il post in questione, buona lettura:

"Il terzo post della rubrica è arrivato, amen! Non ero andata in vacanza ma ho avuto a che fare con una sfiga gigantesca che mi ha visto combattere con un computer a pezzi, i pezzi di quello nuovo arrivati danneggiati e un hard disk di archivio morto da recuperare. Tra monta, smonta, ordina, garanzie, spedizioni, copie lunghe giorni e cavi sparsi per tutta casa ho trascurato molto sia il mio blog che questa rubrica ed è passata una valanga di tempo senza che me ne rendessi realmente conto. Ora in realtà ci si è messo anche il forno a far capricci ma questa è un’altra storia e raccontarla comporterebbe una serie di imprecazioni che vi risparmio. Fatto sta che devo assolutamente farmi perdonare e lo farò con un post lunghetto e pieno di informazioni… ma è una tortura non un favore direte voi! Si è vero ma lo sapete che lo faccio con buone intenzioni (mi sto immaginando come la maestra cattiva che riempie gli alunni di compiti a casa). C’eravamo lasciati con la promessa di parlare dei vari tipi di obiettivi e di capire come cambia una foto a seconda di quale si decide di usare. Vi dico subito che in una fotografia, usare un buon obiettivo e saper scegliere quello giusto, fa molta ma molta più differenza che avere una macchina fotografica più o meno valida. Vi parlerò di distanze, gradi, focali e sigle ma cercherò di farlo nel mio solito modo verace e ruspante (e qui passo dal sentirmi una maestrina al sentirmi un pollo) usando i paroloni solo per il minimo indispensabile quindi non vi spaventate e preparatevi a memorizzare qualche numero e qualche lettera. So che potete farlo perchè già vi destreggiate in cucina con dosi, unità di misura, ed equivalenze.
Iniziamo dai due concetti base: la focale e l’angolo di campo. La focale è la distanza tra il centro ottico dell’obiettivo e il sensore (o la pellicola se parliamo di una macchina analogica) ed è misurata in millimetri. In parole povere (e un po’ blasfeme) equivale a una parte della lunghezza dell’obiettivo più quella piccola distanza che c’è tra l’attacco dell’obiettivo e il cuore della fotocamera. Quando ci si riferisce ad un obiettivo dicendo “è un 50″ oppure “è un 200″, sappiate che quel numero è proprio la focale. L’angolo di campo invece è la porzione di spazio che si riesce ad inquadrare e viene misurata in gradi. Per capirlo pensate ai vostri occhi: se li tenete fermi immobili, senza muovere la testa, ruiscirete a vedere solo quello che vi sta esattamente davanti e qualcosina (ma poco) ai lati. Quello è l’angolo di campo dell’occhio umano e corrisponde a circa 45°. Ad ogni focale corrisponde un diverso angolo di campo.

focali con i rispettivi angoli di campo

Se ad esempio osserviamo un panorama, la nostra testa si muoverà da sinistra a destra per poter vedere tutto, quindi avremmo bisogno di un obiettivo che copra un angolo di campo molto ampio, diciamo almeno il doppio di quello dell’occhio umano. Se invece ci interessa un singolo elemento di quel panorama, una casetta lontana all’orizzonte, allora avremmo bisogno di un obiettivo che inquadri solo quella piccolissima parte lontana, un obiettivo che copra una angolo di campo anche solo di 10°. Uno strumento che osserva un panorama con un angolo di campo maggiore di quello umano deve fare in modo che una porzione di spazio maggiore del normale sia contenuta in quella visibile dall’occhio quindi rimpicciolisce le immagini per farle stare nello spazio a disposizione. E’ per questo che guardando una foto panoramica gli oggetti vi sembreranno essere molto più piccoli del normale e quindi più lontani. Con uno strumento che usa un angolo di campo minore dell’occhio umano avremo l’effetto contrario, e gli oggetti verranno ingranditi per far sì che occupino tutto lo spazio disponibile. Risultano quindi essere anche più vicini. E questo è l’effetto cannocchiale per intenderci. Vi ho portato questi due esempi agli estremi per farvi capire meglio, anche se per il food non vi servirà mai dover inquadrare porzioni di spazio come queste.


Ho fatto questa serie di foto per cercare di farvi capire il concetto nel modo più semplice possibile. Sono messe in ordine partendo da un obiettivo a focale corta (che quindi copre un ampio angolo di campo) a uno a focale lunga (che inquadra una porzione piccolissima di spazio). Stessa posizione di scatto, stessa macchina fotografica, solo focali diverse. Mi trovo su un balcone e ho davanti a me un panorama. Con una focale di 10mm (prima foto) inquadro tutto, faccio capire a chi vede la foto che sono su un balcone e che sto guardando senza essere interessata a qualcosa in particolare. Con una focale di 20mm (seconda foto) inquadro meno spazio e già non si capisce più che mi trovavo su un balcone, avrei anche potuto essere affacciata da una finestra (meno spazio inquadrato quindi meno informazioni). Con una focale di 35mm (terza foto) inquadro un palazzo e quello che lo circonda, restringo l’attenzione a quell’edificio e non ci saranno più informazioni sul dove mi trovavo io al momento dello scatto. Con una focale di 50mm (quarta foto) ho ristetto ancora di più sul palazzo tralasciando quello che ha intorno, come se mi interessasse solo la sua forma. Con una focale di 100mm (quinta foto) ho isolato una parte del palazzo, come se fossi interessata a mostrare la sequenza delle finestre e delle scale. Con una focale di 200mm sono arrivata a far vedere bene la singola finestra illuminata e andando oltre avrei potuto fare il paparazzo e spiare direttamente dentro l’edificio. Con questo voglio farvi capire che avere un obiettivo a focale diversa, non solo serve ad inquadrare più o meno spazio, ma serve soprattutto a dare alla foto una capacità comunicativa diversa. In un caso come questo, semplicemente inquadrando più o meno spazio, possiamo far capire che siamo delle persone a cui piace guardare un paesaggio, piuttosto che delle persone a cui interessa la geometria architettonica, piuttosto che dei guardoni maniaci. Il tutto cambiando solo obiettivo ma puntando la macchina fotografica nella stessa direzione.

tipologie di obiettivi con i relativi angoli di campo

In base alla focale e all’angolo di campo gli obiettivi si dividono in 3 categorie:
- grandangolo: per inquadrature superiori ai 60° con lunghezza focale di massimo 35 mm. L’utilizzo di questo obiettivo provoca un po’ di distorsione dell’immagine e non è adatto per le foto di food.
- normale: per inquadrature simili all’angolo visivo dell’occhio umano, quindi tra i 40° e i 60°. La lunghezza focale è compresa tra 35 mm e 70 mm. Sono gli obiettivi migliori per fotografare il cibo, in particolar modo il 50.
- teleobiettivo: serve per fotografare qualcosa di lontano o qualcosa che si vuole isolare dal contesto in cui si trova. la lunghezza focale va dagli 80mm in poi e l’angolo di campo parte dai 30° per restringersi. Anche dei teleobiettivi medi possono andar bene per fotografare il cibo, purchè si abbia spazio e luce per poterli fotografare bene. I tele sono spesso poco luminosi ma della luminosità degli obiettivi parleremo meglio nel prossimo post.
Poi ci sono degli obiettivi speciali, come i fisheye che permettono di inquadrare ben 180° di spazio (non a caso si chiamano “occhio di pesce”) e i macro, che permettono di avvicinarsi molto al soggetto avendo una distanza di messa a fuoco veramente ridotta rispetto agli altri obiettivi. Per il food con un super tele non ci facciamo niente, quelli sono obiettivi utili ai fotografi naturalistici che vogliono immortalare un cervo a non so quante centinaia di metri di distanza, oppure ai fotografi di sport che per ovvi motivi non possono avvicinarsi agli sportivi in gara. Il fisheye anche non ci interessa mentre il macro può essere davvero meraviglioso per cogliere i più piccoli dettagli di un cibo e per far risaltare la consistenza di una preparazione. Vedete ad esempio come si percepisce bene la materia dei macarons nella prima foto e come si riesce ad isolare il dettaglio della parte interna di un’arancia.


Piccola deviazione fuori tema ma non troppo: se vi interessa il macro ma volete iniziare a provarlo spendendo poco, potete comprare dei filtri macro da applicare ad un obiettivo che già avete. Con i filtri le foto saranno meno precise e meno nitide ma daranno comunque ottime soddisfazioni, almeno all’inizio. Gli obiettivi possono ulteriormente essere divisi tra quelli a focale fissa e quelli a focale variabile detti zoom. Gli zoom sono quelli che di solito vengono venduti nei kit assieme al corpo macchina come i 18-55 o i 18-135. I due numeri sono appunto la focale minima e la massima che possono raggiungere. Sono comodi per adattarsi a varie situazioni e nei casi in cui non sappiamo di preciso con cosa avremo a che fare, ma di solito sono molto più scadenti. Gli obiettivi a focale fissa sono superiori per nitidezza e qualità dell’immagine e hanno il vantaggio che essendo fissi vi costringono a spostarvi per trovare la giusta inquadratura, il che è la chiave della riuscita di una foto… muovetevi! Cercate nuove angolazioni, nuovi punti di ripresa, piegate le ginocchia, sdraiatevi pure a terra se serve o arrampicatevi da qualche parte, insomma cercate di non rimanere impalati e fermi muovendo solo la ghiera dello zoom e l’inclinazione della testa. Le foto non vanno fatte tutte ad altezza faccia. Se il soggetto è basso non dovete inquadrare verso il basso per forza ma dovete chinarvi e provare ad inquadrarlo frontalmente. Gli obiettivi fissi vi rendono più intellegenti, innovativi e magri (ecco ho detto la cavolata della giornata) ;) Per il food poi sappiamo già benissimo in partenza cosa andremo a fotografare quindi lo zoom non ci serve. Mi raccomando fate attenzione a non fare l’errore più comune al mondo, cioè quello di dire “metto lo zoom” quando aumentate la focale. Lo zoom non è una focale maggiore, lo zoom è un obiettivo che ti permette di cambiare focale. Se dovete comprarvi un obiettivo per il food, per iniziare vi consiglio vivamente il 50 fisso. Costa poco ed è il miglior amico che possiate mai avere, leggero, pratico e luminoso. E’ un grande classico, e con lui sono state fatte la maggior parte delle più belle foto di sempre dai più famosi fotografi (anche perchè gli zoom sono una recente invezione in realtà). Io lo uso nell’80% dei casi e una volta che vi siete scrollati di dosso la pigrizia data dagli zoom, lo adorerete anche voi. Poi con un 50 luminoso potete sfruttare anche la poca profondità di campo che, personalmente, trovo stupenda applicata al food (ma anche di questo parlerò meglio nel prossimo post che dedicherò alla luminosità degli obiettivi e ai diaframmi).

obiettivi 50 Nikon e Canon

Un’altra cosa poi basta, giuro! C’è un’ultima constatazione da fare. Considerando le reflex, ci sono due tipologie di macchine a seconda del tipo di sensore che hanno: le full frame e le APS-C. Le full frame sono di livello più professionale e quindi anche più costose. Le APS hanno un sensore più piccolo quindi a parità di obiettivo si riduce anche la focale. Mi spiego meglio. Quello che per chi possiede una full-frame è una focale 50mm, per chi ha una APS diventa una focale 35mm. Quindi se volete avere un obiettivo che abbia l’angolo di campo dell’occhio umano e possedete una APS, compratevi un obiettivo 35, non un 50. Se volete un tele 100, compratevi un 75 o un 80. E’ facile dai ;) Per tutti i chiarimenti scrivetemi qui sotto e vi risponderò con piacere come al solito. Questo post può risultare un po’ ostico con tutte queste informazioni ma erano cose che andavano spiegate assolutamente quindi se siete un po’ in crisi non fatevi problemi a chiedere.
Buoni scatti a tutti!"

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sabato 6 ottobre 2012

Beauty Dish - La scelta della fotocamera




L'altro ieri è uscito il secondo articolo della rubrica di food photography che tengo su Honest Cooking. Lo trovate a questo link e lo riporto anche di seguito. Se vi siete persi il primo invece potete leggerlo sia qui che qui. Spero vi sia utile. Se avete qualche domanda siete i benvenuti!

"Eccoci con il secondo post della rubrica, il primo in realtà visto che nel precedente mi sono più che altro presentata. Da quando ho aperto il blog ogni tanto mi arrivano mail e messaggi di lettori che mi chiedono consigli vari: da come scegliere gli elementi da inserire nell’inquadratura, a come postprodurre una foto di food, a come gestire la luce naturale, a come scattare con poca luce ma quello che mi domandano maggiormente è: qual’è la macchina fotografica migliore per il food, quali gli obiettivi più adatti, di quale marca? E allora, dato che dobbiamo iniziare dalle basi, cosa c’è di più basilare che comprarsi una macchina fotografica per iniziare? Ora scommetto che vi aspettate nomi e modelli e che magari state già prendendo carta e penna per segnarveli. Beh, scordatevelo! Non vi dirò la solita frase “la foto la fate voi e non la macchina” perchè, anche se questo è vero, è pur vero che con alcune fotocamere e con alcuni obiettivi si possono fare cose che non sareste in grado di fare con altre qualitativamente minori. Il punto è che per capire, nella pratica, quanto l’avere una macchina fotografica di qualità superiore possa migliorarvi una foto, dovrete scattare di continuo, tutti i giorni, provando la macchina che già possedete in situazioni diverse. Farlo fino a quando non sarete voi stessi a sentire che quella che avete sotto le mani non vi basta più, per dei motivi diversi a seconda delle esigenze di ognuno. Quando sarà il momento adatto per cambiare macchina, questi motivi usciranno fuori e ve accorgerete da soli. Quindi, se state all’inizio, non sprecate soldi a prendervi la più costosa e performante che offre il mercato, perchè non saprete come sfruttare tutte le qualità che ha e, per quando le avrete imparate, ne sarà già uscita un’altra migliore e avrete buttato via del denaro. Qualunque sia la vostra macchina, da qui in avanti vi obbligo ad impostare la modalità M (manuale) fissa, perchè è l’unico modo per imparare. Se volete far fare tutto o metà del lavoro alla macchina significa che in realtà non vi interessa più di tanto e che vi accontentate. Non pensate che la modalità automatico sia la soluzione ai momenti difficili. E’ esattamente il contrario. Più la situazione è difficile (luce bassa, forti contrasti, ecc) più l’automatico va in crisi. E’ buono solo nelle situazioni standard e perfette già di loro, come una bella giornata di sole all’aperto. Per il resto avrete risultati scarsi o al massimo accetabili. Ogni impostazione serve ad uno specifico elemento e per ottenere esattamente quello che volete avete bisogno di sapere che risultato si ottiene modificandole ognuna singolarmente. Quando riuscirete a controllarle tutte e farle lavorare assieme nel modo giusto, avrete la foto che cercate. C’è solo una cosa che dovete tenere sempre in automatico ed è la messa a fuoco. Nelle macchine digitali, a differenza delle analogiche, non c’è un modo per vedere se siamo precisi quando mettiamo a fuoco manualmente quindi evitatelo come la morte. Solo in rare occasioni o per fare foto macro molto spinte dovrete ricorrere al fuoco manuale e vi assicuro che in quel caso, se nn avete un cavalletto o un soggetto fisso, vi darà parecchie noie. Se possedete già una compatta che abbia la possibiltà di scattare in manuale, può anche andare bene per iniziare (ma cercate appena potete di cambiarla con una reflex perchè la differenza è davvero sostanziale). Se invece dovete acquistarne una partite dalle reflex. Quelle base costano tanto quanto, e a volte anche meno, delle compatte che magari hanno lo schermo mobile, o la cover con colori fashion, o altre cavolate inutili. Solo quando conoscerete la vostra macchina come le vostre tasche, quando ne avrete usato e compreso ogni funzione, quando avrete il pieno controllo di quell’oggetto, potrete dire di volerla cambiare e passare di livello. Non ha senso farlo prima. Altro consiglio: se state all’inizio non compratevi tutta l’attrezzatura completa di luci esterne, tavoli da still life, ecc. La fotografia è un gioco costoso ed è cosa buona e giusta imparare prima a gestire la luce naturale o la luce ambiente che si ha a disposizione, poi più avanti provare a crearla con luci artificiali. Tanto più che per le foto di food abbiamo la fortuna di aver a che fare con soggetti molto piccoli per cui basta davvero poco spazio e anche solo un paio di pezzi di polistirolo bianco da imballaggio per gestire la luce naturale a nostro piacimento. Riguardo al solito dilemma Canon vs Nikon (che poi esistono anche altre marche, ma queste due per le reflex sono le migliori) in realtà per quanto i canonisti possano difendere il loro credo e altrettanto fare i nikonisti, non sono una migliore dell’altra (a volte vorrei avere per le mani un fissato Canon e un drogato Nikon e farli prendere a capocciate tra di loro, così per divertimento). Le due marche sono solo diverse e per sapere con quale vi trovate meglio, dovete provarle. La cosa che noterete subito all’inizio è la differenza della posizione dei comandi e dell’ergonomia. Quindi andate in un negozio, chiedete di tenerle in mano e provatele un po’, e se alla fine non saprete decidervi… prendete quella con l’offerta! Non sto scherzando. Valutate quella che, a parità di livello, costa meno. Io ho iniziato così, e ora, trovandomi bene con quella marca ed essendomi abituata a quella tipologia di comandi, quando cambio macchina rimango fedele al marchio. Un’ultimo consiglio/ordine: attaccate l’occhio al mirino e smettetela di fare i rabdomanti con le braccia allungate davanti a voi verso l’infinito, dimenticatevi del live view. Quella che vedete nello schermo è un’immagine già elaborata dalla macchina e quello schermetto ha una taratura, dei colori e una luminosità che non è detto siano quelli precisi che avrà poi la vostra foto. Il mirino è fedele e da lì potete anche vedere l’esposizione e correggerla al volo senza staccare la macchina dall’occhio mantenendo l’inquadratura.
Per adesso basta così. Nel prossimo post vi farò vedere come cambia una foto a seconda del tipo di obiettivo usato e quali sono quelli più utili per il food, così potrete capire quale preferite e valutare meglio quale acquistare."


P.S.: quella nella foto è una Kodak junior 620, una macchina stupenda del 1933.



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giovedì 6 settembre 2012

Beauty dish - una nuova rubrica di food photography


E' con grandissimo piacere che vi annuncio la nascita di una nuova rubrica a tema food photography nel bellissimo sito "Honest Cooking". E ancora con più piacere vi dico che sarà curata dalla sottoscritta! Pubblicherò consigli e approfondimenti su questo tipo di fotografia che oltreoceano iniziano a chiamare "food porn", per la sua capacità di presentare il cibo in modo fortemente desiderabile e per la caratteristica di far venire l'acquolina in bocca pur non contando su sensi come il gusto e l'olfatto. Nel primo articolo intoduttivo ho pensato fosse giusto innanzitutto presentarmi, ma qui penso sia più adeguato presentare (per chi ancora non lo conoscesse) il sito che mi ospiterà. Honestcooking.it è nato da poco mentre la sua versione internazionale è ormai un must per gli internauti appassionati di enogastronomia mondiale (quest'anno sono stati i vincitori del "Saveur Best Group Blog Awards"). Collaborano al sito in inglese oltre 200 dei più interessanti scrittori di food & beverage, bloggers, fotografi e chefs, e anche il sito italiano si sta organizzando a dovere. Ci sono tantissime ricette, interviste, reportage di viaggi culinari, recensioni di locali mangerecci e rubriche varie tra cui quelle dedicate al cibo inglese, alla cucina americana, alla birra, al km zero e al web social food... e poi c'è questa neonata rubrica fotografica di cui mi occuperò. Trovate il primo post a questo link ma vi copio il testo anche di seguito. Vi invito a seguire, commentare, criticare e chiedere quello che volete. Riporterò sempre tutti gli articoli anche qui nel blog quindi... stay tuned!

"Una rubrica sulla food photography, una serie di consigli pratici affinchè possiate fotograficamente rendere onore ai piatti che preparate, un modo per imparare ad utilizzare meglio la vostra reflex (smartphone astenersi), un’occasione per capire cosa è bello per l’occhio e provare a ricrearlo. Questo è quello che, a partire dal prossimo post, occuperà il presente spazio dal nome “Beauty dish”. Il titolo della rubrica non è solo quel che si legge. Letteralmente potrebbe essere tradotto con “la bellezza del piatto” ma in realtà il beauty dish è un riflettore molto usato nei ritratti fotografici per diffondere la luce. Il giochino di parole è stato un’idea del direttore editoriale che ho accettato con divertimento (non sono affatto brava con i titoli e mi lascio consigliare). Mi piacerebbe molto se ogni futuro post fosse accompagnato da commenti e domande, in modo da poter interagire con voi e provare anche a chiarire qualche vostro dubbio. Qualcuno magari mi conosce già e segue il mio blog, ma sicuramente molti altri non hanno la minima idea di chi io sia quindi la prima cosa da fare è innanzitutto presentarmi. Mi chiamo Agnese, vivo a Roma da 9 anni e le mie origini marchigiane si divertono spesso a venir fuori nei momenti meno opportuni sottoforma di singolari non azzeccati. Mi guadagno il pane (e una svariata serie di dolci) facendo fotografie ai suddetti cibi senza disdegnare vino, birra o altri alcolici sia a livello fotografico che di consumo personale. Ogni tanto faccio lavori anche unicamente di postproduzione digitale. Non amo fotografare cose prodotte senza sani principi e credo che alimenti realizzati in modo naturale ed etico risultino più belli anche in foto. Cerco la semplicità, la coerenza cromatica, la precisione, lo sfocato e la morbidezza della luce. Mi attirano i bianchi, i rossi e le tonalità del legno. La cucina per me ha l’ulteriore valore di assecondare la necessità di scattare, di creare qualcosa che, oltre che buono, sia bello in sè. Nel mio blog “L’amaranto e il melograno” pubblico quello che preparo e fotografo e a volte mi diverto anche a scrivere di viaggi, degustazioni, eventi ed esperienze varie. Quelli tra le righe sono alcuni scatti che mi sembrava giusto mostrare per farvi vedere come lavoro. Credo di essermi presentata a sufficienza, ma se volete sapere altro su di me prima di iniziare la rubrica vera e propria, fatevi un giro sul mio blog o chiedete quel che volete nei commenti qui sotto. Vi risponderò con piacere! Spero che l’idea vi piaccia e soprattutto possa esservi utile."

P.S: i frutti nella foto sono nashi


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sabato 14 aprile 2012

Open Kitchen magazine versione pasquale


Il 5 aprile è uscita l'edizione pasquale-primaverile di Open Kitchen magazine. Per questo numero ho deciso di parlare di un argomento che mi sta molto a cuore e che ho già trattato più volte in passato nel blog: i codici delle uova e i tipi di allevamento delle galline ovaiole. Mi sembrava il numero e il periodo giusto per tirare nuovamente in ballo un tema importante di cui non si parla mai abbastanza. Se siete tra quelli che mi seguono costantemente starete pensando "e basta questa è fissata" ma se per caso siete follower meno assidui oppure semplicemente non conoscete abbastanza l'argomento, vi invito a leggere il mio articolo che trovate alle pagine 18 e 19. Potete sfogliare il magazine sia nel sito ufficiale che qui sotto, oppure scaricarlo qui



Buona lettura a tutti!




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sabato 25 febbraio 2012

Rose rosa per Open Kitchen magazine


Lo scorso 10 febbraio è uscito il nuovo numero di "Open Kitchen Magazine" dedicato a S.Valentino e al Carnevale. Io ho contribuito con un articolo dedicato alle rose spiegando come sono arrivate a diventare il simbolo di un sentimento e le regine incontrastate dei fiori. Per questa mini ricerca ho dovuto scomodare i miti greci e le regine d'Egitto. Trovate l'articolo a pagina 34, a pagina 35 la ricetta del dessert a tema "rosa" che ho abbinato, mentre a pagina 6 è pubblicata la foto che vedete qui sopra. Potete sfogliare il magazine sia nel sito ufficiale che qui sotto, oppure scaricarlo qui.



Come al solito quando preparo un articolo per Open Kitchen scatto più foto del necessario, un po' per piacere mio, un po' perchè così hanno più scelta nell'impaginazione... e come al solito qui nel blog pubblico anche le foto che non hanno avuto spazio nel magazine. Buona visione e golosa lettura!





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giovedì 15 dicembre 2011

Open Kitchen magazine - dicembre 2011


Ho il piacere di annunciarvi che oggi è uscito il numero di dicembre di "Open Kitchen magazine"! Oltre all'uscita autunnale, ho collaborato con loro anche per il magazine in versione invernale e festiva contribuendo con un articolo con foto sui candy cane e sulla loro origine. Ringrazio molto la redazione per aver scelto una delle mie foto come copertina e spero che questa edizione dedicata alle feste possa darvi spunti utili per le vostre preparazioni. Open kitchen magazine è sempre a portata di click, quando vorrete sfogliarlo vi basterà andare sul sito e visionarlo oppure scaricarlo direttamente da qui per averlo a disposizione in ogni momento. Mi trovate a pagina 23 e 24. Golosa lettura a tutti!


Vi lascio con le foto del set che ho preparato per questo articolo...






... e con un video che mostra come vengono realizzati i dolcetti di Natale più famosi del mondo.




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domenica 20 novembre 2011

Cucinare in lavastoviglie


Oggi come apertura de L'Infiltrato è uscito l'articolo che ho scritto riguardo al nuovo libro di Lisa Casali "Cucinare in lavastoviglie". Personalmente trovo che l'idea sia geniale e che il libro sia molto molto ben fatto, sia nel progetto grafico che nelle fotografie di Claudia Castaldi e nello styling di Roberta Deiana. Inoltre ringrazio la casa editrice Gribaudo per avermi inviato il libro e per la disponibilità. Vi riporto l'articolo:


CUCINARE CON LA LAVASTOVIGLIE / La rivoluzione in cucina

E' uscito in libreria "Cucinare in lavastoviglie - Gusto, sostenibilità e risparmio con un metodo rivoluzionario" scritto da Lisa Casali, una giovane esperta in rischi ambientali con la passione per il cibo. Quello che Lisa propone è di cuocere gli alimenti mentre si lavano i piatti sfruttando il calore dell'acqua di lavaggio della lavastoviglie. Basta riporre i cibi in vasetti di vetro ben sigillati o in sacchetti per il sottovuoto ed inserirli in mezzo ai piatti sporchi da lavare.

I piatti proposti possono essere preparati con qualunque lavastoviglie in commercio e sono stati messi a punto perchè cuociano esattamente nel tempo di durata del lavaggio. Il vapore che si sviluppa nella lavastoviglie in funzione è simile a quello che si sprigiona con la cottura a vapore. Lisa ha iniziato a fare esperimenti con la lavastoviglie cercando una tecnica per cuocere a impatto zero ed ha intuito che in questo modo, oltre a poter cucinare riducendo i consumi di acqua ed energia, poteva cuocere a bassa temperatura. Le temperature all’interno dell’elettrodomestico, costanti e non troppo elevate, permettono di ottenere una cottura simile a quella praticata dagli chef professionisti con macchinari appositi e molto costosi ed ha grandi benefici come il mantenimento delle proprietà nutrizionali degli alimenti, maggior gusto dovuto alla concentrazione dei sapori, profumo più persistente, miglior consistenza e resa dei prodotti, necessità di aggiungere meno sale alle pietanze e una cottura delicata. Inoltre cuocendo a temperature basse si ammorbidiscono le fibre degli alimenti senza provocarne l’indurimento e la riduzione di volume, e la semplice fettina di carne, anche se conservata in frigo e consumata dopo tre giorni, rimane tenera. Mentre la lavastoviglie cuoce si guadagna in tempo libero, non si producono odori nè calore in cucina e non è necessario controllare la cottura ma basta attendere la fine del lavaggio. Si ha la possibilità di organizzare i pasti come in un ristorante, cuocendo in anticipo e completando il piatto solo al momento di portarlo in tavola. Con la lavastoviglie è possibile preparare qualunque piatto che possa cuocersi a bassa temperatura: prodotti animali, uova, e semi cottura per verdure e frutta ma sono i pesci e i molluschi che danno i risultati migliori. Nel libro sono presenti ricette che vanno dall’antipasto al dolce suddivise a seconda del tipo di lavaggio necessario per cuocerle, e viene dato anche spazio all’utilizzo delle parti di scarto degli ingredienti per avere il minor impatto ambientale possibile. Al termine del lavaggio si possono anche riporre gli alimenti cotti in frigorifero, si conserveranno per qualche giorno chiusi nei vasetti o nei sacchetti, e saranno già pronti per il pranzo o la cena. Con questo libro è stato dimostrato che cucinare nella lavastoviglie è ecologico (perché non si utilizza altra energia oltre a quella adoperata per il lavaggio), è sicuro (perché le analisi chimiche hanno dimostrato che gli alimenti non vengono contaminati dalle sostanze detergenti) ed è facile, perché si possono utilizzare contenitori facilmente reperibili come i vasetti per le conserve. Siete pronti a superare il pregiudizio iniziale e provare?


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giovedì 17 novembre 2011

Muffin alle patate




Questa è l'ultima ricettina che ho preparato per la rubrica di food de "L'infiltrato". Una cosa semplice, veloce e sfiziosa. Vi riporto l'articolo:

Lo spuntino italiano per eccellenza di solito è composto da salumi, affettati, formaggi, olive e sott’oli vari da stuzzicare, il tutto immancabilmente accompagnato dal pane o da qualche lievitato come pizza bianca o focaccia. Ma se all’ultimo minuto ci rendessimo conto di esserci dimenticati di passare dal fornaio, o se molto più semplicemente volessimo cambiare un po’ o proporre ai nostri ospiti una merenda/aperitivo più originale e sfiziosa? E’ proprio in una situazione come questa che mi è venuto in mente di preparare dei muffin salati, nello specifico dei muffin alle patate. Il muffin in realtà è un dolce tipicamente inglese inventato dalla servitù delle nobili famiglie in epoca vittoriana. Venivano preparati utilizzando il pane rimasto dal giorno prima e i ritagli di impasto dei biscotti. L'impasto veniva fritto su di una piastra trasformandolo in muffin leggeri ed, allo stesso tempo, croccanti. Questa preparazione venne ovviamente scoperta dai padroni di casa e, mano a mano, divenne il dolce preferito per l'ora del tè da tutte le classi sociali dell'epoca. In epoche più recenti il muffin prese piede anche negli States, e fu così apprezzato, e anche modificato, da diventarne un simbolo. Tre Stati Americani hanno persino designato il proprio muffin ufficiale: i lMinnesota è rappresentato dal muffin ai mirtilli, il Massachusetts da quello al mais e lo stato di New York da quello alle mele. Per preparare questa mia versione salata, bastano invece gli ingredienti più comuni che si hanno sempre in dispensa, anche quando il frigo è quasi vuoto ed i rifornimenti scarseggiano. Volendo questi muffin possono essere anche farciti a mo di panino tagliandoli a metà e aggiungendo un paio di fette di salame, un formaggio spalmabile, o qualche crema come quella di carciofi o di olive. Per rendere il tutto ancora più godurioso è inutile dire che sarebbe perfetto berci anche un bel bicchiere di vino rosso, magari una Lacrima di Morro d’Alba che, secondo il mio modesto parere, sembra fatta apposta per accompagnare i salumi.



Dosi per : 6 - 8 muffin    Difficoltà : facile    Tempo : 15 min + 44 min di cottura
Ingredienti :
  • 250 gr di patate ridotte in purè
  • 2 uova
  • 25 cl di latte
  • 20 cl di panna da cucina
  • 60 gr burro
  • 320 gr di farina
  • cipollotto fresco
Procedimento : 

Sbattete leggermente le uova in un recipiente molto capiente. Aggiungete il purè, il latte, la panna, il burro precedentemente fuso a bagno maria, e mescolate con cura. Incorporate poi la farina setacciata e due cucchiai di cipollotto fresco tritato amalgamando bene. Con un cucchiaio versate il composto nello stampo per muffin, preriscaldate il forno a 180°, e lasciate cuocere per 30-45 min. Fate la solita prova dello stecchino per verificare la cottura.


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sabato 5 novembre 2011

Chi vuole adottare un orto?

Oggi l'articolo di apertura de "L'infiltrato" toccava a me a alla mia rubrica di food, così ho pensato di dare spazio ad una iniziativa che reputo geniale ed estremamente utile: "adotta un orto a distanza"! Vi riporto l'articolo:


In Italia sta prendendo sempre più piede il fenomeno degli "orti a distanza", un progetto grazie al quale è possibile affittare virtualmente un appezzamento di terreno, farlo coltivare realmente da un contadino e poterne mangiare i prodotti. I campi sono rigorosamente coltivati biologicamente e per affittarme uno basta collegarsi al sito leverduredelmioorto.it, scegliere l'appezzamento adatto e selezionare le verdure che si desiderano far coltivare. Si possono scegliere fino a 39 differenti varietà di verdure che matureranno seguendo il ritmo delle stagioni, consentendo una copertura per tutto l’arco dell’anno. Nel sito web vengono proposte di volta in volta tutte le verdure disponibili con i diversi valori nutrizionali, le caratteristiche principali e le proprietà benefiche, e nella sezione “ricette” si possono anche trovare ricette relative a ogni specifica verdura. I prodotti dell'orto vengono consegnati direttamente a casa (compresi fiori, erbe aromatiche e frutta) e il tutto per un prezzo che varia dai 16 ai 34 euro settimanali a seconda dell'estensione del terreno scelta e delle conseguenti quantità di verdure prodotte. L'orto può essere scelto o in base alle dimensioni del proprio nucleo familiare (da 1 a 5 componenti), o in base al numero di persone che ne vorranno usufuire (se si è un gruppo) oppure in base alle dimensioni del terreno. Un terreno di 30mq produrra circa 4 kg di verdura a settimana, uno di 60mq ne produrrà 6Kg, uno di 90mq 9Kg, uno di 120mq 12 kg, e se si è un ristorante o un negozio e si vuole una superficie maggiore viene offerta anche l'opzione dell'orto a dimensione personalizzata. Oltre a mangiarne i prodotti è anche possibile visitarlo durante il week-end e vederne crescere le piante, recuperando le vecchie tradizioni e rimettendosi, anche se solo per un po', in sintonia con la natura. Questo progetto, nato nel 2009 pensando ad un pubblico attento alla qualità e alla genuinità dei prodotti, viene portato avanti durante tutto l’anno da un team di agricoltori ed esperti che lavora e controlla i terreni agricoli secondo i metodi di coltivazione tradizionali e le conoscenze locali, con impianti di irrigazione a goccia per un maggior risparmio di acqua e senza l’utilizzo di prodotti chimici e OGM. Oltre all'orto è anche possibile adottare una piccola risaia scegliendo tra riso carnaroli, riso sant'andrea e riso apollo e potendo decidere il metodo di essiccazione, il tempo di invecchiamento e la trasformazione finale. In questo modo ognuno potrà creare il proprio particolare riso che verrà impacchettato a mano in packaging personalizzati per ogni confezione. Per ora le provincie servite sono Milano, Torino, Vercelli, Biella, Novara, Casale e da pochi mesi anche Roma ma sicuramente, dato il successo che questa iniziativa da raccogliendo, si estenderà ancora.



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lunedì 31 ottobre 2011

Ravioli con crema di zucca e zafferano al profumo d'arancia... e buon Halloween!


La notte di Halloween è alle porte e non so ancora che farò questa sera, ma poco importa. Qui in Italia la festa del 31 ottobre è più una scusa dei locali per far soldi che altro. Invece non mi sarebbe dispiaciuto festeggiarla in Irlanda, dove tutto ha avuto inzio e dove forse si può ritrovare ancora un po' la vera tradizione di Samhain, il dio delle tenebre celtico. A proposito, se volete avere qualche info in più sulle origini di questa festa potete leggere il post e l'articolo che ho scritto a riguardo nel numero autunnale del magazine di OpenKitchen. Per me la notte di ogni santo è più che altro un bel modo per scovare in rete bellissime foto, ricette e decorazioni fatte con le zucche, ortaggio che adoro e che non mi stanco mai di mangiare. Qualche settimana fa, proprio quando si iniziavano a trovare le zucche nei mercati, scrissi un articolo per "L'Infiltrato" nel quale parlavo proprio delle sue caratteristiche e proprietà. Ve lo riporto qui sotto:

"In questi giorni vi può capitare di trovare nei banchi del mercato le zucche di stagione, tipico ortaggio autunnale. Non pensate però di trovare delle zucche tonde e perfette in stile Halloween perchè quelle in realtà non sono commestibili ma si utilizzano solo per scopi decorativi. Le zucche che si usano in cucina sono o più schiacciate e ovali, oppure oblunghe in stile melanzana. Questi grandi ortaggi sono originari del centro america e possiedono una polpa poco calorica, ricca d'acqua e con una bassissima concentrazione di zuccheri. In Italia viene usata prevalentemente assieme a burro, spinaci, formaggi, salsiccia, funghi e tartufi mentre in america è molto diffusa anche nelle ricette di torte e dolci. Al momento dell'acquisto, per constatarne la freschezza, basta colpirla con le nocche della mano e verificare che emetta un suono sordo. Il picciolo, inoltre, deve essere morbido e ben attaccato alla zucca mentre la buccia deve essere senza ammaccature. Durante l'acquisto bisogna tener presente che buccia e semi rappresentano uno scarto del 30-35% del peso totale e regolarsi quindi di conseguenza. Nel caso in cui venga acquistata a fette, occorrerà verificare che la parte tagliata ed esposta all'aria non sia eccessivamente asciutta. Una zucca intera può essere conservata per tutto l’inverno in un ambiente buio, fresco e asciutto mentre i pezzi di zucca cruda si conservano in frigorifero, avvolti nella carta trasparente, e vanno consumati entro un paio di giorni. La zucca si può anche conservare in congelatore eliminando la buccia e tagliadola a dadini, per cuocerla poi direttamente senza bisogno di farla scongelare precedentemente."


L'idea per questa ricetta a base di zucca mi è venuta pensando ad un vecchio detto della cucina italiana secondo il quale alimenti dello stesso colore stanno bene insieme anche come sapore. Dato che molto spesso questo corrisponde a verità, all'arancio-rosso della zucca ho pensato di accostare il rosso dello zafferano e l'arancione di un arancia. Il risultato è un piatto con una base tipicamente italiana (il raviolo ricotta e spinaci) ma con un profumo e un sapore fresco e caldo al tempo stesso. Per la cena di Halloween in stile italiano penso possa andare proprio bene!


Dosi per : 4 persone    Difficoltà : media    Tempo : 20 min + 45 min di preparazione dei ravioli
Ingredienti per i ravioli :

  • 300gr di farina
  • 3 uova
  • 1 tuorlo d'uovo
  • 500gr di spinaci freschi
  • 200gr di ricotta di pecora
  • 25gr di parmigiano reggiano grattugiato
  • sale
Ingredienti per la crema :

  • 800gr di polpa di zucca
  • 3 o 4 cucchiai di panna da cucina
  • olio
  • sale
  • 1 arancia grande bio
  • 2 bustine di zafferano
Procedimento : 
Per i ravioli - per fare il ripieno mondate e lavate gli spinaci, fateli cuocere in pochissima acqua bollente leggermente salata per 5 minuti, poi scolateli, strizzateli e tritateli. Lavorate la ricotta con un cucchiaio fino a farla diventare cremosa e amalgamatela con gli spinaci, il parmigiano, il tuorlo d'uovo e una presa di sale. Per fare la pasta disponete la farina a fontana sulla spianatoia, sgusciate le uova e versatele al centro, sbattetele con la forchetta e poi impastate fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo (se avete un'impastatrice basta versare farina e uova e aspettare che l'impasto sia pronto). Stendete l'impasto con il matterello creando una sfoglia sottile sulla spianatoia precedentemente infarinata oppure usate la macchina per la pasta per ottenere una sfoglia dello spessore che preferite (cercate di farla sottile ma senza esagerare altrimenti i ravioli rischeranno di rompersi durante la cottura). Ritagliate dei rettangoli di sfoglia utilizzando l'apposita rotella dentata e disponete al centro un cucchiaino di ripieno. Se volete realizzare dei ravioli giganti come quelli in foto, fate dei ritagli abbastanza grandi ed utilizzate per ognuno un cucchiaio grande di ripieno. Piegate ogni rettagolo a metà rispetto al lato lungo e schiacciate bene i bordi per farli saldare tra loro, ottenendo così dei ravioli quadrati ripieni.

Per la crema – tagliate la zucca a cubetti, versatela in una pentola alta e non troppo larga con 3 cucchiai d'olio, sale e un bicchiere di acqua. Fate cuocere fino a quando la zucca non diventa mordiba. Frullate il tutto aggiungendo la panna e la buccia grattugiata dell'arancia fino ad ottenere una crema omogenea (fate attenzione a non grattugiare anche la parte bianca dell'arancia perchè rilascerebbe un sapore amaro). Mescolate la polvere di zafferano con 2 dita d'acqua (la quantità di una tazzina di caffè) e aggiungetelo alla crema.

Cuocete i ravioli in acqua bollente salata e scolateli uno ad uno delicatamente. Impiattate versando un po' di crema sul fondo del piatto, poi adagiandovi sopra i ravioli, e ricoprendo con altra crema.


Con questo primo piatto partecipo al contest "Con un po' di zucca" di "Farina lievito e fantasia",

al contest "Ravioli" di "About food",
about food

al contest "Fuori di zucca" di "Su le maniche"

e al contest "A cena con Julie e Marek" di "Menta piperita & Co."

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lunedì 10 ottobre 2011

Open Kitchen magazine - ottobre 2011

























Ma quanto ci piacciono le riviste online da sfogliare gratuitamente ogni volta che vogliamo? Pochi giorni fa è uscito "about food", al quale ho avuto l'onore di partecipare, ma oggi voglio presentarvi il secondo numero di "Open Kitchen", altro magazine di food con il quale ho iniziato a collaborare il mese scorso. Nella rivista tutta autunnale e a tinte calde, potete trovare un mio articolo sulle tradizioni culinarie e non di Halloween corredato da alcune foto (ovviamente!). Mi trovate da pagina 64 a pagina 69. Buona lettura e buon relax autunnale... con il freddo che fa in questi giorni a Roma stare a casa ad oziare, leggere e bere una bella tisana non è affato male... peccato che io debba stare al pc a lavorare... fatelo voi anche per me!




Di seguito vi riporto le foto che ho fatto per il magazine più altre che ho fatto sempre nella stessa sessione fotografica. Per questi scatti ho preparato delle mele caramellate utilizzando come bastoncini dei veri rametti secchi... e sono rimasta ipnotizzata dalle bolle del caramello sul fuoco! ;)


















































































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giovedì 22 settembre 2011

Il cibo sprecato

Stavolta ho fatto passare proprio troppo tempo dall'ultimo post. Chiedo venia!! Ho avuto dei lavoretti da fare e sono stata fuori Roma per alcuni giorni, causa il matrimonio di un mio amico a Bologna (per il quale ho fatto la fotografa oltre che l'invitata) e alcuni dettagli burocratici da sbrigare al mio paesello natale prima della partenza.... si si, tra poco parto e me vado ad Amorgos!!! Non vedo l'ora ma già mi terrorizza l'idea di sistemare poi le migliaia di foto che farò. Figuratevi che l'anno scorso, sempre in questo periodo, sono stata ad Istanbul e (ebbene si, vergogna delle vergogne) ci sono delle foto che ancora non ho nemmeno rivisto. E' stato il viaggio più che bello che abbia mai fatto e so che prima o poi finirò per trasferirmi laggiù. Spero che questa nuova meta mi entusiasmi altrettanto anche se sarà di tutt'altro genere. Isola lontana e poco conosciuta, piccola e difficile da raggiungere, rocciosa e brulla, abitata da pochissime persone, insomma l'esatto contrario di Istanbul... però la cucina greca ha veramente molto in comune con quella turca (stessa radice ottomana) e proverò più piatti possibile, lo giuro! ;-) 
In questi ultimi giorni ho dovuto scrivere un articolo per l'apertura de "L'infiltrato" e mi sono ritrovata a doverlo preparare in treno. Sono un'affezionata del pc fisso, quindi, non avendo un portatile, mi sono ritrovata a scrivere con penna e foglio e devo dire di averci messo il doppio (ormai sono una viziata della tastiera e mi scoccia districarmi tra cancellature, asterischi e rimandi). Alla fine però sono riuscita a buttare un giù un pezzo che ho poi copiato al pc una volta arrivata a destinazione. Ve lo riporto qui di seguito e spero che possa servirvi per riflettere sul modo che abbiamo noi occidentali di vedere il cibo e di fare la spesa.

Produzione e distribuzione alimentare - la vergogna del cibo sprecato


Un terzo del cibo prodotto nel nostro pianeta non viene mangiato. Più di un miliardo di persone nel mondo soffrono la fame. Leggendo questi due dati della FAO (Food and Agriculture Organization) uno di seguito all’altro, si potrebbe pensare che la soluzione a quello che è il problema più grave del nostro secolo sia semplice e immediata: dare quel terzo di cibo a quel miliardo e più di individui. Ovviamente non è così e la causa fondamentale è una sola: l’attuale sistema globale di produzione-distribuzione considera il cibo come una merce qualsiasi e non come fonte di vita. 1,3 miliardi di tonnellate di prodotti commestibili finisce in discarica, molti dei quali ancora chiusi e confezionati. In questo non ci sono grandi differenze tra Europa, America, Asia e Africa: tutti buttiamo all’incirca la stessa quantità di cibo. La vera e importante differenza tra i continenti in questo vergognoso spreco non è la quantità ma è il “come”. Negli Stati Uniti e in Europa sono i supermercati e i consumatori finali ad avere le colpe maggiori. Un prodotto appena ammaccato o che non rientra nei canoni estetici occidentali viene buttato direttamente dai negozi prima di essere messo in vendita mentre i cittadini, abituati a riempire frigo e dispensa di qualsiasi prodotto pur di averlo disponibile in casa in ogni momento, si ritrovano a comprare più di quanto riescano a consumare, mandando in scadenza moltissimi alimenti. In Africa e nel sud-est asiatico invece il cibo sembra sparire nel nulla prima di arrivare ad essere venduto. La colpa è dei magazzini inappropriati, delle scarse tecnologie per la conservazione e delle altissime temperature che fanno si che molti alimenti si deteriorino prima ancora di essere inseriti nel mercato. Una volta arrivato nelle singole case, il cibo diventa invece sacro e viene interamente consumato. Nella nostra Europa i cibi maggiormente sprecati sono: patate con il 52% della produzione totale, frutta e verdura con il 47%, cereali con il 34%, pesce con il 31% e carne con il 22%. Tutto questo comporta anche problemi ambientali ed economici, oltre che sociali. Ogni famiglia americana butta via cibo per 1.375 dollari all’anno e un quarto dell’acqua consumata globalmente viene usata per far crescere frutta e verdura che nessuno mangerà mai, e per sfamare animali che verranno macellati per finire dritti in discarica. Tutta l’anidride carbonica prodotta per lavorare, confezionare e trasportare prodotti che non mangeremo equivale a quella prodotta da un quarto delle auto in circolazione nel mondo. L’Italia, dopo gli USA, l’Inghilterra e la Francia, è tra le prime nazioni in classifica per lo spreco alimentare ma, fortunatamente, nel nostro paese ci sono anche associazioni e persone che da anni si dedicano a questo preciso problema. Una di queste è “Last minute market”, fondata da Andrea Segrè (preside della facoltà di agraria di Bologna), che si occupa di riutilizzare gli sprechi commestibili del settore alimentare all’interno dei circuiti di solidarietà, ritirando i prodotti non venduti in scadenza giornaliera dai supermercati e donandoli alle onlus o alle associazioni che sfamano i senzatetto e i cittadini indigenti. Il progetto crea così un mercato gratuito parallelo "dell'ultimo minuto". Nonostante sia questa la situazione, molte aziende internazionali e produttori di sementi ogm, continuano a sostenere che bisogna aumentare la produzione di cibo nel mondo spingendo ancora sulle monoculture, sugli allevamenti intensivi e sui prodotti fortemente industrializzati. Questo porterebbe solo ad un’ulteriore maltrattamento del territorio e degli animali e lo spreco, invece che diminuire, aumenterebbe proporzionalmente alla produzione. L’unica vera soluzione sarebbe tornare ad economie alimentari locali che rispettino l’andamento delle stagioni e i cicli riproduttivi degli animali. L’uomo non ha bisogno di avere a disposizione fragole e peperoni d’inverno come non ha bisogno di poter sempre scegliere tra dieci diversi tipi di carne. Si è vissuto per millenni consumando solo quello che era naturalmente reperibile in quel dato periodo dell’anno e si dovrebbe ritornare a farlo.

Vi lascio con un video che secondo me è perfetto per conlcudere questo articolo. Spero che vi piaccia perchè è anche molto ben fatto.


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